la storia del campo: come si viveva

Dal 20 giugno 1940 il campo entrò in funzione con l’arrivo dei primi due gruppi di Ebrei stranieri: circa 460 uomini arrestati in varie città dell’Italia centro-settentrionale e costretti ai lavori forzati per costruire il resto del campo.

Nel settembre del 1940 arrivò a Ferramonti un gruppo di Ebrei profughi da vari paesi europei che si ritrovò bloccato a Bengasi (Libia), diventata territorio italiano, in attesa di un trasporto verso la Palestina. Si trattava di un gruppo eterogeneo di circa 300 Ebrei, fra cui anche diverse donne e bambini. La loro presenza provocò il primo cambiamento sociale nel Campo con la presenza di intere famiglie.

Il 22 maggio 1941 e il 27 maggio 1943 il Campo venne visitato dal Nunzio Apostolico Borgoncini-Duca. Durante la sua prima visita il piccolo gruppo di internati cattolici gli chiesero la presenza di un cappellano. L’11 luglio 1941 arrivò a Ferramonti il padre cappuccino Callisto Lopinot che parlava correntemente cinque lingue. Egli rappresentò una delle figure fondamentali del Campo sia per la piccola comunità cattolica, ma anche per quella ebraica.

Nel luglio del 1941 arrivò nel campo un gruppo di 106 Ebrei jugoslavi e di altre nazioni che si erano rifugiati a Lubiana (Slovenia), caduta sotto il controllo italiano, per sfuggire ai filonazisti Ustascia che operavano in Croazia. Nell’ottobre del 1941, arrivò a Ferramonti un gruppo di circa 188 Ebrei, per lo più jugoslavi, fermati in Montenegro e rinchiusi in un primo tempo nel campo italiano di Kavaje (Albania).

Nel febbraio e nel marzo del 1942, dall’isola di Rodi giunse a Ferramonti  il gruppo più numeroso di internati: i profughi del battello “Pentcho”. Si trattava di 495 Ebrei dell’Europa centro-orientale, per lo più cecoslovacchi che due anni prima avevano cercato di raggiungere la Palestina attraverso un complesso itinerario che prevedeva la partenza da Bratislava, la discesa lungo il Danubio fino al Mar Nero e quindi, attraverso il Bosforo e lo Stretto dei Dardanelli, di giungere nel Mediterraneo per dirigersi infine in Palestina.

Il battello fluviale Pentcho

Cenni sulla storia del battello Pentcho

Il Pentcho, che era un battello esclusivamente fluviale, naufragò nel mare Egeo e i profughi vennero salvati dalla motonave militare italiana “Camogli”, portati a Rodi, dove rimangono per un anno in condizioni disastrose, e da lì trasferiti a Ferramonti grazie all’intervento di Pio XII.

Personaggi illustri e la vita nel campo

Il 24 marzo 1942, il rabbino capo di Genova, Riccardo Pacifici, visitò il Campo. Durante la sua permanenza celebrò vari matrimoni e altri riti. Il Rabbino Pacifici visitò gli internati  altre due volte, il 28 ottobre 1942 e nel luglio del 1943, prima di essere arrestato e deportato ad Auschwitz dove morì.

Il campo venne spesso visitato sia da esponenti della DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), la più importante organizzazione ebraica italiana dedita al supporto degli Ebrei internati, sia dall’ingegnere Israel Kalk di Milano, fondatore dell’organizzazione “Mensa dei bambini”, che portò nel campo di Ferramonti importanti aiuti a sostegno dell’infanzia.

Con l’aumentare del numero degli internati e la presenza di gruppi molto eterogenei per la lingua e orientamento religioso (c’erano ebrei ortodossi e riformati) la comunità ebraica del Campo iniziò ad organizzarsi formando un parlamento interno a rappresentanza dei componenti delle varie baracche. La direzione del Campo sostanzialmente supportò la loro organizzazione interna. Nel Campo vi fu una rilevante attività culturale e sportiva che aiutò a mitigare le estreme difficoltà di vita dovute alla presenza della malaria e alla scarsità di cibo.

Il 1943 fu l’anno più difficile per Ferramonti, ma anche quello che vide la sua liberazione. Tra il settembre e l’ottobre del 1943 passò a pochi metri dal campo l’intera armata tedesca Hermann Göring in ritirata dal sud. Per evitare pericoli, la direzione dispose l’evacuazione del Campo e tutti gli Ebrei che potevano furono fatti scappare nelle campagne circostanti dove vennero ospitati dai contadini del territorio di Tarsia.

Per evitare una intrusione nazista e a protezione degli Ebrei rimasti nel campo perchè troppo anziani o malati, venne issata una bandiera gialla all’ingresso del Campo con la presenza del cappuccino Lopinot per spiegare ai tedeschi la presenza di una epidemia di tifo all’interno.

Grazie a questi stratagemmi, Ferramonti rimase indenne da ogni azione da parte delle truppe tedesche. Le uniche morti violente avvenute nel campo derivarono da un mitragliamento da parte di un aereo alleato impegnato in un duello aereo sopra il cielo del Campo alla fine dell’agosto 1943.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’autorità italiana abbandonò il Campo e la mattina del 14 settembre 1943 entrarono nel Campo i primi camion inglesi. Da quel momento il campo di Ferramonti di Tarsia ebbe una conduzione ebraica.

Il Campo fu ufficialmente chiuso l’11 dicembre 1945.